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VIC ELFORD: IL POLIVALENTE

Dalla neve di Montecarlo all’asfalto rovente di Daytona, un solo vincitore. Vita, corse e gesta eroiche di Vic Elford, il campione di coraggio e di modestia che ci ha lasciato il 13 marzo.

Così lo ha raccontato Giuseppe Valerio proprio sul numero di epocAuto di marzo

25 gennaio 1968, si conclude una spettacolare edizione del Rally di Montecarlo disputata – come spesso accade nel Principato – su strade completamente innevate. Il vincitore è Vic Elford, pilota britannico della Porsche. Dieci giorni dopo, 4 febbraio 1968, una Porsche 907 “coda lunga” taglia il traguardo della 24 Ore di Daytona in prima posizione. Al volante c’è ancora Vic Elford.
Dalla neve di Montecarlo al sole della Florida; da un rally guidato in perenne controsterzo e in continua sbandata controllata a una gara di velocità, senza problemi. 7 luglio 1968. L’ultimo dei qualificati nella griglia di partenza del Grand Prix di Francia è un debuttante inglese, neanche troppo giovane. Guida una vecchia Cooper T86B spinta da un altrettanto obsoleto V12 BRM. Al traguardo, in una giornata da tregenda, sotto una pioggia battente, si classifica quarto, alle spalle di tre tipi da niente: Jacky Ickx, John Surtees e Jackie Stewart. Avrete già capito che si tratta di Vic Elford, lo stesso uomo che il 5 maggio di quel fatidico 1968 vince, perché quel giorno non aveva nulla di meglio da fare, la Targa Florio, al termine di una rimonta a dir poco leggendaria.
Quattro date, quattro esempi di quello che un pilota degli anni ’60 – ovviamente non tutti! – era in grado di fare o, in altre parole, l’esemplificazione pratica del concetto di “pilota polivalente”. Ma Elford, nonostante imprese straordinarie, non è stato un idolo delle folle, rimanendo solo un Carneade noto agli appassionati, non certo al grande pubblico.
Lo guidava una passione maturata in giovane età ma che non aveva potuto essere incanalata in tempi brevi perché gli mancava il denaro per correre. Da giovane, Vic lavorava in una tabaccheria, vendeva principalmente francobolli ed effettuava anche qualche consegna in bicicletta. Per questo un (poco) fantasioso giornalista dell’epoca lo battezzò “il postino volante” che andò così ad affiancare “il preside volante” (cioè Nino Vaccarella) o il “dentista volante” (Tony Brooks).
Quando poteva, Elford si cimentava in qualche rally locale nella sua Gran Bretagna. Iniziò a correre in maniera più costante, a partire dal 1961, ma aveva già 26 anni. Però era talmente bravo che un talent scout dall’occhio fine come Huschke von Hanstein – Direttore sportivo della Porsche – lo notò e lo inserì gradualmente nella squadra ufficiale di Stoccarda. All’epoca, il campionato mondiale Rally non esisteva ancora, c’era invece il campionato europeo, altrettanto prestigioso, che Elford si aggiudicò nel 1967. La voglia di guidare era tanta, ma di guidare qualsiasi cosa su quattro ruote che andasse veloce. Così, tra Rally, Endurance e Formula 1, Elford provò di tutto e di più, dimostrandosi in grado di ben figurare in qualsiasi specialità.
Che fosse anche generoso lo dimostrò a Le Mans, nel 1972. Vide un’auto in fiamme in mezzo alla pista e non esitò a fermarsi per prestare soccorso. Si gettò dentro l’abitacolo che fortunatamente era vuoto: il collega, Florian Vetsch, si era già messo in salvo. Poco più in là, purtroppo, c’era il suo amico Jo Bonnier, ma per lui non c’era più nulla da fare. Il gesto di Elford non venne ignorato: gli conferirono dei riconoscimenti la Regina Elisabetta, il Governo francese e in Italia la rivista Autosprint. Lui spiegava, con evidente sincerità, che aveva fatto “quello che chiunque altro avrebbe fatto”. Un anno dopo si ritirò dalle competizioni, senza troppi rimpianti.
Le sue imprese le ha sempre commentate con grande umiltà: “A Montecarlo? Devo dire grazie a David Stone, il miglior copilota del mondo”. “A Daytona? Eravamo in cinque sul podio, non c’erano corone d’alloro a sufficienza”. “La Targa Florio? Ero finito fuori strada, senza l’aiuto degli sportivi siciliani non sarei mai potuto tornare in pista”. 

 

 

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