
La storia del Minardi Team non è solo una serie di risultati in varie categorie dello sport automobilistico. Se così fosse, anche questa sarebbe solo un’altra delle tante fredde epopee prodotte in stile industriale da team assemblati secondo graduatorie rigidamente meritocratiche, utilizzando disponibilità finanziarie illimitate per il solo ed unico scopo di vincere; il secondo posto, per queste grandi combine multinazionali, è già una sconfitta di fronte agli sponsor ed alle reti televisive (rimasti unici giudici ed arbitri dei destini di questi apparati).
Questa scuderia, invece, nasce dall’idea e dalla volontà di un’unica persona come Gian Carlo Minardi, che certamente è mille miglia lontano dal prototipo del gelido manager materialistico; il suo entusiasmo, la sua limpidezza morale, la sua perseveranza in nome di un’idea sportiva di questo calibro lo avvicinano molto ai concetti attribuiti al barone De Coubertin e sono francamente ormai quasi unici nell’ambiente.
Questa scuderia nasce in Romagna, unica fabbrica d’automobili da corsa di questo livello nella unica, reale ed incontrastata Patria della passione motoristica.
La perseveranza che ha fatto stringere i denti e tirare avanti a Gian Carlo anche nei momenti più difficili è un esempio per chi, su altre barricate, si è ritirato prima e più confortevolmente. Insomma, a noi piacerebbe che tutte le Scuderie di Formula 1 fossero fatte così: non sappiamo se i tempi sul giro scenderebbero ancora anno dopo anno, ma sicuramente si correrebbe meglio, e ci si divertirebbe di più.
E' storia recente, ma è storia importante; e più in generale, è la storia - gioie e dolori - di cosa significhi correre in Formula 1 e farlo per vent'anni, al centro di mille peripezie, ricorrendo a mille artifici, tutti raccontati nel bel libro di Stefano Pasini, un oculista sicuramente bravissimo, ma al quale suggeriamo di dedicarsi di più a raccontare queste storie.
L'autore ripercorre la carriera del costruttore faentino, fin dalle prime esperienze con le formule minori, con un tuffo anche negli anni Quaranta quando nacque quella straordinaria 750 Sport sulla quale Giovanni Minardi, il padre di Giancarlo, volle installarvi un incredibile "motorino" di soli 750 cm3 a sei cilindri.
E se il sangue non è acqua, non è poi tanto singolare che Giancarlo si sia gettato nell'avventura della F.1. Un'avventura che gli ha dato forse più dispiaceri che gioie, ma certi episodi, certe soddisfazioni lo hanno certamente ripagato di questi lunghi anni vissuti nel "circus". Come quando frequentò Enzo Ferrari, da cui riceveva i motori per la Formula 2. E come avrebbe potuto il Drake rifiutare una cortesia ad un conterraneo? Anche questa è una vicenda raccontata, addirittura con la riproduzione delle lettere che provenivano da Maranello.
Il libro affronta con estrema puntualità la cronaca della piccola factory, elencando tutte le gare alle quali le Formula 1 di Faenza, che oggi hanno ceduto il testimone alla Toro Rosso, hanno partecipato, descrivendo una per una tutte le monoposto realizzate, come pure massima cura è stata posta nelle biografie dei piloti che hanno corso per il team romagnolo. E in questa sezione c'è da dire molto (la storia è infatti raccontata con dovizia di particolari) giacché Minardi, se non è stato molto abile nel far soldi - come qualche altro suo ex collega - si è rivelato invece un eccezionale scopritore di talenti: da Michele Alboreto al nuovo idolo della Ferrari, Fernando Alonso, da Luca Badoer ad Andrea De Cesaris, da Giancarlo Fisichella a Pierluigi Martini, fino ad Alessandro Zanardi, a Jarno Trulli, a Mark Webber. Sì, tutti al volante delle Minardi, sia di Formula 2, sia di Formula 1. Si sono fatti le ossa in Romagna. E chissà se tutti questi grandi nomi sarebbero riusciti ad avvicinarsi alla massima formula, se il costruttore faentino non fosse esistito. Non c'è che dire, i fatti sono avvincenti e si leggono d'un fiato.
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